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mercoledì, aprile 30, 2008
GRAZIE IKEA
Nella mia esistenza sono sempre stato fedele, o quasi, ad alcuni principi. Sono rimasto un vecchio marxiano ortodosso in termini di politica, sono rimasto fedele alla mia tradizione alimentare di nascita, sono uno di quelli che tra il raccapriccio di molti si porta a casa le salsicce secche e i salumi dalla città di origine, ma soprattutto sono da sempre fedele all’Ikea.
Il risultato di quest’ultimo tenace attaccamento alla grande catena commerciale svedese è che mi ritrovo una casa che, per dirla con mia madre, sembra fatta con i lego e che non dice nulla, tolta una madonnina di Fatima in camera da letto e un paio di quadri raffiguranti simboli del lavoro in salotto, sulle persone che la abitano. La qualità dei mobili Ikea la definirei, in fin dei conti, senza lode né infamia e i prezzi sono convenienti nella misura in cui uno si arma di coraggio e voglia e si mette a montare i mobili da solo dato che i servizi accessori sono cari oltre ogni presupposto. L’ultima volta che l’ho fatto è stato per attrezzare la camera di mia figlia e sono pure caduto dalla scala (pensavo ci fossero più pioli) e comunque, per esempio, montarsi da soli una cucina è pressoché impossibile. Magari mio nonno ci sarebbe riuscito e nel frattempo magari avrebbe anche messo apposto la bicicletta, aggiustato la bambola di mia figlia e tagliato i capelli a mio figlio, il tutto ubriaco fradicio, ma oramai è risaputo che non esistono più gli uomini di una volta.
Allora perché ho scelto Ikea e non i robusti mobilifici che ti invitano a pranzo e ai quali dai le chiavi di casa e pensano a tutto il resto loro o non i vari mercatoniuni e mercatonizeta? Semplice, perché Ikea vendeva e vende non mobili ma stile di vita. Nell’asfittico, deprimente e sonnolento pantano italiano delle adolescenze allungate (vabbè, ridiamo fiato ai tromboni…) e dell’incanto per il lettone matrimoniale con la bambola sulla coperta damascata di chi “mette su famiglia” Ikea rappresentò, con il suo arrivo in Italia, il primo grande ideologo della liberazione del giovane, un qualcosa quindi che non si trovava né in politica né nella società. Il suo era un messaggio innovativo. Ricordo ancora le pubblicità che comparivano nelle fiancate dei bus bolognesi: in una era rappresentata una madre con il matterello in mano, in un’altra una vecchia Diane 2 Cv con i vetri tappezzati da vecchi giornali e la frase “non è ora di andare a vivere da soli?” E per me lo era, e chi sentiva che era ora sapeva che avrebbe dovuto lottare con l’esigenza di essere alle prese con uno spazio abitativo ridotto da ottimizzare il più possibile e per fare entrare un letto, un seppur minimo guardaroba, scrivania, pc con accessori nelle anguste camere da studente fuori sede non c’erano alternative all’Ikea.
Ciò che ho avuto dall’Ikea è stato un qualcosa che va ben oltre il semplice mobilio e che si può riassumere con le parole considerazione e rispetto. Considerazione e rispetto per un 20 enne che decide di andare a vivere la vita autonomamente contro il volere di tutti, considerazione e rispetto che non ti vengono dati da politiche di sostegno assenti e da governanti che vedono i single come polli da spennare mai considerati dalle retoriche familiste. E oggi che tanto giovane non lo sono più e che da figlio mi sono trasformato in padre questo speciale senso di gratitudine supera l’esigenza di avere mobili più solidi, più personali, più “seri” della mia cucina color blu puffo. Quando penso all’Ikea penso ad uno di quei vecchi amici un po’ burberi e rompicoglioni ma che quella volta che non c’era nessuno loro si che c’erano. Grazie Ikea.
mercoledì, aprile 23, 2008
IL VIZIO
E’ esattamente un anno che ho smesso di fumare. Il tutto dopo quasi 20 anni di onorata carriera da fumatore ed è un anniversario da festeggiare, considerato che è la prima volta che dimostro una così forte forza di volontà in tema di fumo.
Dunque, non ricordo con precisione quando cominciai a fumare, ma sicuramente verso i 14-15 anni, forse anche prima. Quando ero in casa con i miei mi limitavo a rubare le multifilter alla mamma e le MS alla nonna o a comprare i primi pacchetti in società con un paio di altri viziosi come il sottoscritto. Mi ricordo che già all’epoca avevo maturato un certo senso dell’ironia paracula, agli insegnanti che mi chiedevano il perché della mia scelta rispondevo con dei tanto falsi quanto laconici “perché così mi sento accettato”; “perché mi sento adulto”; “perché migliora la mia immagine” slogan ripetuti dalle stucchevoli campagne anti-fumo dei ministri della sanità democristiani che altro non facevano che farti venir voglia di diventare come quel rumeno del guinnes dei primati chi si fumava 50 sigarette a botta. In realtà alla domanda “perché hai cominciato a fumare?” non saprei ancora oggi dare una risposta, il vizio richiama sempre una certa dose di irrazionalità, di umana debolezza difficile da ammettere e da riportare nell’alveo della logica strumentale e del sillogismo.
Il vero disastro cominciò comunque quando andai a vivere da solo. Mi alzavo e fumavo ancor prima di lavarmi i denti, non sia mai che quel sapore di mentolo alterasse la goduria della sigaretta, poi ne seguivano svariate altre durante la giornata e ovviamente c’era la sigaretta finale, quella prima di dormire. Quando tornavo a casa dai miei la situazione non migliorava.
A peggiorare ulteriormente le cose ci fu l’arrivo di quella che poi sarebbe diventata mia moglie, ai tempi moderata fumatrice che contribuendo alle spese di casa liberò altre magre risorse per l’acquisto delle “bionde”. Mi ricordo, dall’almanacco dei momenti tristi, certe cene in casa: la sigaretta prima della cena, la sigaretta durante la cena e la sigaretta dopo la cena e, quando cucinavo io, anche la sigaretta durante la preparazione della cena.
Viaggiavo dunque verso le 20-30 sigarette al giorno (il fumatore minimizza sempre, saranno state anche 40) e, a differenza di mia moglie che spesso le lasciava a metà, io le cominciavo e le finivo e mi fumavo anche le sue metà. Ricordo le crisi quando mi rimanevano solo poche sigarette e giusto i soldi per l’affitto e per la spesa al lidl e centellinavo le poche sigarette rimaste, quasi fossi uno alla ricerca della fumata perfetta. Non era raro poi vedere uno studente fuori sede aggirarsi tra i trans al lavoro nei viali della zona Fiera di Bologna alle tre del mattino, oramai i trans accennavano anche a dei saluti e ci si scambiava qualche “come va?”, e fermarsi a un distributore automatico: comprava preservativi? Macchè, due pacchetti di Marlboro rosse, era l’ora del film e non c’è film senza Marlboro. Ma badate bene, Marlboro rosse non altre marche. Ricordo le discussioni con i disobbedienti dell’epoca: quelli che andavano a “lottare” nel Chiapas e nell’America Latina con i soldi di mamma e papà bottegai e che vedevano il fumare Marlboro come una complicità verso l’imperialismo statunitense. L’unico vero clone a soddisfarmi erano le Diana rosse dure (nei periodi di magra). Ricordo che in un’occasione, quando ci fu uno sciopero a oltranza dei Monopoli di Stato, iniziai a fumare di tutto dalle “Presidente” alle “Stop”, mi facevo le sigarette con cartine e tabacco e addirittura fumai la pipa (forse sono stato l’unico italiano sotto i 70 anni a farlo).
Per anni poi le sigarette hanno scandito pause e momenti della giornata: la pausa durante le lezioni, l’attesa del treno, quella del bus, il tragitto lavoro-ristorante, il dopo-trombata… Con i figli ho smesso di fumare in casa con il risultato che concentravo lo stesso numero di sigarette in meno tempo il tutto condito con uno stile di vita da “manuale per il lento suicidio”: ritmi lavorativi frenetici, lunghe ore di pendolarismo, poche ore di sonno, junk food a pranzo, panini con salsiccia e cipolle presi ai camioncini, alcuni birrini consumati durante la giornata, kebab all’una di notte…
Ovviamente tutto ciò ha avuto un prezzo in termini di salute. In occasione di alcune analisi di quelle che faccio trimestralmente come donatore di sangue mi chiamarono al cellulare per dirmi che avevo tutti i parametri mischiati: l’esame del sangue sembrava quello delle urine e viceversa. Feci ulteriori accertamenti, comprese alcune radiografie toraciche, e i medici mi dissero che se andavo avanti così nel giro di qualche anno avrei avuto problemi molto seri, e da quel giorno, quello stesso giorno, abbandonai le sigarette, fumai l’ultimo pacchetto tranne l’ultima che buttai via. Dopo tre mesi rifeci una serie di esami e i valori erano apposto. Merito dell’eliminazione delle sigarette e del progressivo cambio di stile di vita. Ho eliminato tutta una serie di schifezze dall’alimentazione. Mi alzo la mattina presto e vado a fare due bracciate in piscina in perfetta solitudine prima di andare al lavoro. Ho sostituito l’automobile con i mezzi pubblici e con i tragitti a piedi o in bicicletta. Per un periodo sono anche andato in palestra ma l’immagine dei sollevatori di pesi che urlavano come vacche al macello che sapevano di dover morire e i discorsi alla “sarei stato campione di atletica ma una contrattura al prepuzio mi ha stroncato la carriera” mi hanno fatto abbandonare un ambiente che io sentivo come non mio.
Forse quello che vi sto raccontando sembrerà inverosimile, forse sembrerò uno che vuole conferire un tono epico a quella che è una normale dipendenza, ma se proviamo a razionalizzare e a pensarci bene bene questa è la vita del fumatore. Per fumatore non intendo quello che fuma i fine settimana o la sigarettina dopo i pasti, ma colui che ne fuma sempre una o qualcuna di troppo, colui che ha perso il controllo e il piacere del suo vizio e quando vedo certi tipi in fila al distributore automatico a mezzanotte di una qualsiasi giornata provo comprensione ma nessunissima invidia.
Ma sia chiaro: ho smesso perchè ho dovuto... se il mio fisico me l'avesse concesso, ora starei per salutarvi, fumare la seconda o terza sigaretta dall’inizio del post e rimettermi al lavoro.
giovedì, aprile 17, 2008
A GRANDE RICHIESTA IL FORUM
Il forum di Monsieurdosto. Fatevi un giro. Il tutto senza moderazione considerata da un mio lettore “specchio di una mentalità fondamentalmente autoritaria e di una personalità che ha paura di qualsiasi confronto”, su cosa si intenda per confronto poi basta che leggiate i commenti al post precedente, mi raccomando contribuite e smettetela di forumizzarmi il blog con delle discussioni e dei giudizi privati che interessano solo il vostro psicanalista. Si accettano suggerimenti su eventuali altre categorie.
lunedì, aprile 14, 2008
W L'ITALIA
Questi sono i tempi.
Hanno vinto loro; quelli che non ne potevano più del governo Prodi “che in due anni ha messo l'Italia in ginocchio”; quelli che “bisogna ripulire le nostre strade da negri e troie” (vorrei capire poi con chi scopano) hanno vinto quelli che “c'è troppa pressione fiscale, troppi controlli, troppi accertamenti”; hanno vinto quelli che “dobbiamo rilanciare la competitività”; quelli che “la vita nasce al momento del concepimento”; quelli che “la famiglia è una e sacra”.
Chi ha perso??? Hanno perso loro. Hanno perso quelli che “Io sono di sinistra ma credo nell'impresa”; hanno perso quelli che ancora oggi continuano a credere che facendo la satira contro Berlusconi si vincono le battaglie politiche; hanno perso questi pretini simil-riformisti insipidi e parolai; hanno perso i cineasti girotondisti con villa a Capalbio; hanno perso i sindacalisti obesi ed etilisti; hanno perso gli intellettuali organici (come la merda) che organizzeranno qualche convegno in meno sull’islam religione di pace e tolleranza; hanno perso anche i Diliberti e gli Infausti e i Pecorari che hanno solo brancolato nel buio della loro insipienza.
HA VINTO CHI DOVEVA VINCERE; CHI LO HA MERITATO perchè amici questa è l'Italia; una nazione povera, disunita, con sessant’anni di guerra civile strisciante, una nazione senza orgoglio, una nazione terrorizzata, una nazione serva. Non vi sorprenda se io sono contento che abbiano vinto loro; vi attendono anni bui e una crisi economica, morale e di libertà, una crisi che ancora non vi ha toccato e che sarà una tranvata che vi farà passare la voglia di ridere a tutti; e allora che la grande crisi se la cavalchi lo zio Silvio che io mi farò delle grasse risate quando fra tre anni tutti come al solito direte, nuotando in una piscina olimpica piena di merda, “Ah, io non lo avevo votato”...
martedì, marzo 25, 2008
TURIAMOCI IL NASO
Siccome non vedo nessuna utilità nell’astensionismo di sinistra io alla fine voterò.
Con il medesimo sconforto del buon Indro Montanelli, mi turerò il naso e voterò DC… ooops PD (più che un lapsus freudiano è una concretissima presa d’atto).
Sarei disposto, al limite, a votare anche una sinistra ancora più annacquata pur di ostacolare il ritorno di Berlusconi al governo. Pur non vivendo e non lavorando più in Italia, lasciando da parte ogni forma di menefreghismo, dico che altri 5 anni di Berlusconi al governo sarebbero devastanti e l’Italia e l’Europa non se lo possono permettere, e alla fin fine neanche io.
Di sicuro, nonostante non mi vergogni del mio essere comunista, nonostante continui a definirmi con questo aggettivo e ad essere iscritto a Rifondazione Comunista, non voterò per la Sinistra Arcobaleno. I cosiddetti eredi del Pci (e del Psiup e di Democrazia Proletaria) sono solo “eredi senza eredità”. Tra massimalismo obsoleto da un lato, revisionismo ideologico e integralismo pseudo-ambientalista dall’altro, hanno calpestato dimentichi e inconsapevoli le ceneri di Antonio Gramsci, assolutamente incapaci di raccogliere la testimonianza sua e quella di Enrico Berlinguer. Oltretutto la Sinistra Arcobaleno è del tutto incapace, quasi per DNA, di esprimere una strategia convincente e coerente di governo ma soprattutto con la legge elettorale attuale il partito che prende (alla Camera) un voto più degli altri fa "l'Asso Pigliatutto" e l'unico modo per tentare di sbarrare la strada allo psiconano è concentrare i voti sull'unico partito che potrebbe avere qualche chance concreta... e solo il PD può avere questa possibilità.
Credo che il programma del PD sia sostanzialmente irrealizzabile per mancanza di risorse quasi quanto quello (tuttora pressoché inespresso) del PDL, credo anche che il PD sia un esperimento in controtendenza rispetto agli ultimi 15 anni, quasi la realizzazione di una sorta di "compromesso storico" nel solco tracciato trent'anni fa da Berlinguer e Moro, così come vedo evidente la radicalizzazione a destra del PDL, così netta da aver provocato la diaspora verso il centro delle componenti cristiane-moderate.
Al Senato, purtroppo (per tutti), la partita è più complessa: lì, infatti, "l'Asso Pigliatutto" può variare regione per regione.
Aldilà delle incazzature congiunturali, per quanto giustificate esse siano, nella cosiddetta “democrazia rappresentativa” all’italiana quella croce a matita su un pezzo di carta è l’unica possibilità ufficialmente e istituzionalmente concessa per “fare politica” cioè di decidere del governo della cosa pubblica. Fuori dall’agibilità politica rimane solo la “Piazza” con tutti gli annessi e connessi che ciò comporta. Dobbiamo ottenere un progressivo e rapido ridimensionamento dello strapotere della “casta” ma è un risultato che si può ottenere solo all’interno delle istituzioni (e allora aspetta e spera) o con una rivoluzione culturale che tanto gli italiani NON faranno mai.
Io auguro alla Sinistra italiana (arcobaleno, o monocolore, bicolore, tricolore...) di sapersi "rifondare" davvero, ritrovando le sue radici dalle quali deve ripartire per rinascere evolvendosi e trasformandosi in qualcosa di altro e che adesso, certamente, non è ma questo è e sarà un processo lungo. Nel frattempo, nel qui e ora, dobbiamo evitare per la quinta volta una pericolosa concentrazione di potere in mano ad un solo signore e l’unico modo concreto è quello di far si che un partito prenda anche un voto in più di quello di “sua emittenza”. Tutto il resto, ora, è poesia.
mercoledì, marzo 19, 2008
RAGAZZI DI OGGI
Una ragazza chiede: “come può un lavoratore precario potersi permettere un mutuo?”
Il prossimo Presidente del Consiglio risponde: “trovati il figlio di uno con i soldi” (Nell’Italia degli anni’00 i soldi non si fanno più, si ereditano e basta). Niente di strano direi, in fondo il futuro primo ministro italiano ha semplicemente ripetuto quello che dicono le mamme, le famiglie in generale, le amiche e chi più ne ha più ne metta a tutte le ragazze italiane belle. In giro c’è un grandissimo disincanto, c’è l’esaltazione del mercato soprattutto nelle relazioni umane. Come al solito la sinistra grida allo scandalo ma non vede che il paese reale va tutto da un’altra parte. La bellezza oggi è un valore ben preciso e monetizzabile e in una società dove domina il familismo la risposta a certi problemi sta appunto nella famiglia, ma non è di questo che voglio parlare.
Voglio parlare delle polemiche che si sono create attorno alla “battuta” da smargiasso, come del resto è nel suo stile, del sicuro trionfatore delle prossime elezioni politiche.
C’è un modo di dire che recita più o meno che “quando il dito indica la luna l’imbecille guarda il dito”. E nel creare polemiche sulla stilla di saggezza popolare di Silvio Berlusconi a tutti è sfuggita l’enorme tristezza, questa si specchio della crisi (irreversibile?) di un paese, della domanda fatta dalla precaria. Quando sento dire dai precari italiani “non posso permettermi il mutuo” vengo percorso da un brivido di tristezza, un profondo groppo mi sale in gola, ripenso ai tanti vinti dei libri di Dostoevskij. Perché, care mie lettrici e cari miei lettori, vedere il mutuo, che tutto al più dovrebbe essere un mezzo, elevato a fine ultimo dell’esistenza è una cosa che mi mette una tristezza infinita.
Siamo alla mediocrità imperante, al sogno di essere perdenti, al povero che fa di tutto per rendersi meritatamente ancora più povero, allo sfruttato che va, con il sorriso sulle labbra, incontro alla grande inculata versando i redditi dei prossimi 40 anni nelle casse dello sfruttatore. Perché l’obbiettivo di oggi, il punto di arrivo, è quello di avere il posto fisso a 1000 euro al mese per poterne dare 800 ad una banca tipo la Unicredit- Banca di Roma che dopo la fusione ha inviato una lettera a tutti i suoi venti milioni di correntisti con le nuove condizioni dei tassi di interesse, addebitando 2 euro per la spedizione della missiva e guadagnando, solo con questa mossa, ben 40 milioni di euro, tanto per citare uno degli innumerevoli modi che hanno per rubare i soldi. Oggi c’è la corsa ad arricchire ancora di più chi è già ricco, il vedere il mezzo come obiettivo, come fine ultimo.
Allora ripensi a quando avevi 20 anni, pensi che sei stato comunista, pensi che comunista lo sei ancora e lo sarai sempre. Pensavi che con le tue idee potevi salvare il mondo, potevi salvare la classe lavoratrice. Ma alla classe lavoratrice oggi non importa di essere salvata e a te che hai sempre vissuto in affitto e che oggi sei uno che qualche soldino lo sta facendo in un paese dove essere figlio di qualche notabile o spasare uno con i soldi dà molti meno punti dell’ottima conoscenza del francese e del tedesco, non importa più se certa classe lavoratrice finisce nella merda, in fondo è quello che merita.
Ad un certo punto pensi che ben venga la precarietà e che la precarietà, se queste sono le teste dei giovani, ha un valore persino pedagogico; ragioni come certi pessimi e apprensivi genitori che invece di far amare la vita ai figli dicono “non gli do soldi almeno non vanno a comprarsi la droga”. Pensi che se ci sono tanti precari in fondo è meglio così, tanto come hanno due soldi in più vanno ad arricchire le banche e i proprietari di abitazioni e a scassare i testicoli a te, stanco di sentirti dire frasi come “con l’euro non si arriva più a fine mese” e tanti simili litanie da gente che poi non fa nulla per uscire da questa merda, nemmeno nell’intervallo tra una birra e l’altra. Dobbiamo odiarle le banche, dobbiamo pensare che la casa è un diritto basilare, è un diritto minimo, un diritto civile, dobbiamo odiarli i mutui, non agognarli! Perché alla crisi economica vanno date risposte culturali, davanti alla crisi debbono cambiare le prospettive. Il culto della casetta di proprietà in Italia non è più possibile permetterselo e questa mania di fare il mutuo soffocherà intere generazioni di italiani e hai voglia a sperare nell’incontrare il figlio di quello con i soldi o di diventare famosi in qualche programma televisivo.
venerdì, marzo 07, 2008
CAMELTOE
Ho notato una raffinatissima tendenza di fine inverno in almeno 3-4 donne che frequentano i miei luoghi di lavoro.
Parlando con una mia collega ho scoperto che tale tendenza viene chiamata “cameltoe”.
Da wikipedia:
“Cameltoe è un termine slang angloamericano che identifica una notevole visibilità della forma della vulva attraverso gli indumenti. La parola deriva dalla contrazione delle parole camel's toe, che in inglese indicano la zampa del cammello, la cui punta dalla forma di due mezze lune affiancate richiama la forma della vulva.
Il cameltoe tende a verificarsi con l'uso di indumenti aderenti, anche se l'anatomia della donna gioca un ruolo fondamentale; una vulva composta da grandi labbra di dimensioni ridotte può impedire l'effetto cameltoe anche se viene indossato un indumento molto aderente.”
Siccome, da buon non figo, mi si rimprovera spesso di vivere in una dimensione tutta mia e di non essere abbastanza attento alle mode e alle tendenze della massa rendendomi di fatto snob e antipatico ho deciso che da domani seguirò la moda: chiuderò i pantaloni sopra l’ombelico sfoggiando con delicata ed erotica malizia il mio grumo coglionare.
giovedì, marzo 06, 2008
SICUREZZA
Prendo spunto da questo post di Yoshi e dico che invece secondo me quel decreto andava fatto. Si, d’accordo, la gestione d’emergenza lascia sempre pensare che si agisce un po’ sull’onda lunga dell’emotività e in politica l’emotività genera spesso mostri, un esempio su tutti le leggi “anti-romeni” all’indomani dell’omicidio Reggiani, ma il caso di Molfetta è stato un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In Italia ci si permettono acciaierie, e quando si parla di acciaio si toccano inevitabilmente le corde della mia di emotività, con gli estintori vuoti, in Italia ogni 6 ore una persona muore e sottolineo muore sul lavoro. Oltre 1500 morti l’anno sul lavoro sono numeri da paese in guerra civile, sono numeri da emergenza, insomma sono numeri davanti ai quali bisogna fare quel “qualcosa”.
Il deficit di sicurezza nei luoghi di lavoro, così come tanti altri fenomeni come la perdita di potere di acquisto dei salari e la sottoproletarizzazione di massa della classe lavoratrice sono dovuti ad una serie di scellerate politiche economiche e del lavoro sancite di fatto con il famoso accordo del 1992. Dal 1992 in poi l’Italia, tanto per cambiare in controtendenza rispetto al resto dell’Europa, ha deciso di basare il suo assetto economico tutto sulla riduzione del costo del lavoro e una ricontrattazione al ribasso dei diritti del lavoratore, di fatto optando per una competizione contro i paesi produttori di merci a basso valore aggiunto di qualità, una competizione persa in partenza. Ancora oggi nel 2008 tutto il dibattito sul rilancio economico è basato su cunei fiscali, riduzione del costo del lavoro, sgravi per le imprese, detassazione degli straordinari, mentre la Francia per esempio sta prendendo i migliori laureati delle università europee avendo capito che la qualità si paga. In tutto ciò anche la sicurezza è inevitabilmente vista come lo spettro per antonomasia: un costo.
Perché mi è capitato diverse volte di dover lavorare in fabbrica o di svolgere, durante gli studi, mansioni operaie e quando chiedevo a tutti e dico tutti gli imprenditori, ed ero in Emilia Romagna non in un paesino sperduto controllato dalla sacra corona unita, rispondevano che tanto era inutile spendere i soldi per i guanti e le scarpe (parliamo di cifre nell’ordine dei 30 euro) per uno che al massimo sarebbe rimasto un mese (nonostante sia un loro dovere sancito dalla legge). Erano imprenditori e facevano quello che gli imprenditori fanno: calcolano il rischio del loro investimento, detto un po’ in termine brutali facevano i froci con il culo degli altri tanto, in caso di infortunio, cosa avrebbero rischiato? Una multa di qualche centinaia di euro? Forse. Un aumento di qualche punto del tasso di rischio inail? Forse. Comunque sempre meno di tutti i soldi risparmiati in scarpe e guanti. Ecco, questo non dovrebbe più accadere e ben venga anche il deterrente rappresentato dalla legge.
mercoledì, febbraio 27, 2008
LA LEGA CE FA 'NA SEGA
Una nota di divertimento in questa campagna elettorale che non decolla (si prepara il Veltrusconi?) come al solito ce la concede la Lega Nord, anche se quella dei leghisti è naturalmente una comicità involontaria.
Bellissimi tre volantini che, come due anni fa, girano tra la comunità italiana di Basilea e che sono stati oggetto di più di un articolo satirico. Il primo recita “STOP IMMIGRAZIONE! PADRONI A CASA NOSTRA!” ; il secondo “VIA GLI IMMIGRATI, PADRONI A CASA NOSTRA!” con tanto di traduzione in tedesco, per la cronaca sono riusciti a metterci tre errori, il terzo “LA LEGA SVIZZERA HA STRAVINTO LE ELEZIONI NELLA CONFEDERAZIONE SVIZZERA, NOI NELLE ELEZIONI DELLA CONFEDERAZIONE PADANA NON SAREMO DA MENO DEI NOSTRI AMICI SVIZZERI”.
Per i primi due volantini qualcuno dovrebbe spiegare loro che gli italiani di Basilea sono appunto degli immigrati e che forse la xenofobia non è la migliore arma per convincerli a votare per un partito. Sul terzo siamo al delirio puro: 1) non esiste la Lega Svizzera, esiste semmai la Lega dei Ticinesi. 2) Non ha avuto una buona affermazione nelle elezioni federali (a livello federale è pressoché inesistente) ma in quelle cantonali, facendo una campagna tutta incentrata contro i frontalieri “padani” e su un certo sentimento anti-italiano e quindi proprio tanto tanto amici della “confederazione padana” non sono. 3) Confederazione Padana? Si vota per la Confederazione Padana!? Esiste la Confederazione Padana?! 4) Questa è una sottigliezza ma la Lega Dei Ticinesi, essendo appunto un partito di ticinesi nasce anche in funzione anti-svizzerotedesca con tanto di retorica su “Berna ladrona” e contro gli “zucchini” rei, secondo loro, di comprimere gli interessi del Ticino, insomma propagandare la Lega Dei Ticinesi a Basilea è come se uno facesse propaganda per il movimento neo-borbonico a Varese.
Mah! Quando penso alle “menti” leghiste credo che siano il migliore spot contro la difesa della vita a tutti i costi voluta dai cattolici.
venerdì, febbraio 22, 2008
CAOS AGITATO
Amo troppo Nanni Moretti e soprattutto lo amo per la ragione secondo la quale i più lo odiano: il suo essere così ostentatamente antipatico, misantropo, egocentrico e saccente, caratteristiche che messe tutte insieme possono essere insopportabili se manifestate da uno dei tanti imbecilli che si incontrano giorno dopo giorno nei luoghi più disparati, il motivo di fondo degli anni ’00 sembra essere quello del fondamentalismo autoreferenziale, ma che in un geniale fustigatore e rappresentate di quelle che sono le caratteristiche umane e psicologiche dei suoi personaggi vengono elevate a virtù all’ennesima potenza.
Oltretutto un altro motivo di apprezzamento sta nel suo non essere profeta in patria. Se all’estero l’uscita di un qualsiasi film di Nanni Moretti viene accolta come un evento di una certa valenza culturale, pensiamo per esempio alla Francia dove Nanni Moretti e il rappresentante indiscusso di una certa italianità fuori dai luoghi comuni, in Italia è cosa per pochi occhialuti e sfigati o almeno così era fino a poco tempo fa.
Oggi attorno al film “caos calmo” basato su un soggetto di una struggente delicatezza e un tema, quello della “digestione” della morte e dell’elaborazione di un lutto, di grande impatto emotivo e umano si creano delle polemiche sulla scomunica da parte della Cei incentrata su una scena di sesso, neanche tanto esplicito, tra Moretti e Isabella Ferrari, teorizzando addirittura un’obiezione di coscienza da parte degli attori e, dulcis in fundo, una polemica da parte della mai abbastanza vituperata “Strisca la Notizia” su dei casi di pubblicità occulta, con Michelle Hunziker (niente po’ po’ di meno che, verrebbe da dire) che paragona a più riprese Nanni Moretti a Giorgio Mastrota e il suo film ad una televendita.
Non lo so, ma il seguire tutto il dibattito attorno al film di Moretti rafforza la mia convinzione che la crisi italiana oramai non è solo politica, sembra piuttosto una crisi trasversale di contenuti e direi proprio che non c’è di che essere contenti.
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